superKiss-marco-lodolaNoi tutti, ingenui, pensavamo che il dialogo che apre “Il laureato” fosse ormai repertorio da replica televisiva e invece…

Plastica, Plastica, Plastica… Punto. Plastica e ogni suo derivato. Plastica ai giorni del coronavirus. Noi tutti, ingenui, pensavamo che il dialogo che apre “Il laureato”, film del 1967 di Mike Nichols, un Dustin Hoffman ancora pulcino, fosse ormai repertorio da seconda serata, replica televisiva, invece…

“Voglio dirti una parola, solo una parola” – “Sì signore “- “Mi ascolti? Plastica!” “Non credo di aver capito” – “L’avvenire del mondo è nella plastica, pensaci! Ci penserai?” Così suggeriva l’amico rubizzo di famiglia al giovine in procinto di intraprendere la carriera dell’adulto, esattamente nella scena della festa a conclusione degli anni di college.

Non è ancora tutto. Se il nostro discorso volesse assomigliare a un ex voto, sempre restando nel dominio della plastica, volendone visivamente innalzare i padri fondatori, lari in camice bianco della modernità, del nodo sviluppo-progresso, lo stesso che Pasolini ha cercato liberare dall’ambiguità, in alto a destra del quadro dovremmo scorgere una cattedra di nuvole con Giulio Natta, premio Nobel nel 1963 per “le scoperte nel campo della chimica e della tecnologia dei polimeri”.

Si sa infatti, trascrivo per amore di fedeltà scientifica, che la “polimerizzazione stereospecifica aprì una nuova era nella chimica dei materiali con ricadute applicative che hanno influenzato profondamente l’industria delle materie plastiche e le abitudini (anche domestiche) di tutto il mondo”.

Proprio su tutto, un marchio che custodisce il suono di rimbalzo familiare pubblicitario del trascorso “Carosello”: “E mo… e mo… Moplen!”, così confermava l’allora sferico Gino Bramieri. Così almeno nella percezione d’ogni baby boomer, i nati tra il 1946 e il 1964, coloro che hanno assistito al trapasso dall’alluminio alla plastica; non è un caso che la Tupperware, “dedita alla produzione e distribuzione tramite vendita diretta di utensili per la cucina e articoli in polietilene per la casa e il tempo libero”, sia stata fondata un anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Pensavamo infatti che, insieme a centomila riflessioni di sostanza ecologica ed ecologista, la Plastica, la stessa che nel frattempo si è perfino conquistata un’isola abusiva, metafora materiale concreta di tutte le discariche del mondo, nel mezzo degli oceani, ritenevamo che appartenesse, sì, al quotidiano, eppure mai sarebbe tornata protagonista, neppure in tempi di emergenza, dell’agenda commerciale, della domanda di mercato. Anzi: l’affare del momento, come certi generi di consumo primario razionati in tempi di guerra e borsa nera.

Tra lamine di plexiglas a creare distanza tra il tabaccaio o il cassiere del bar dal cliente, l’abitacolo del tassista dal vano posteriore dove siede l’ospite temporaneo, non resta che immaginare, accanto alle catene di montaggio delle mascherine, una diffusione capillare di un materiale “diga”, destinato a interrompere la possibile trasmissione del virus. Leggi testualmente: “Parafiato parasputi da banco in plexiglass con Apertura”, le misure a seconda della richiesta.

Eppure l’attenzione sul dato oggettivo resterebbe secondaria, se non dicessimo ciò che ci ha convinto a scrivere proprio di plastica. Oltre la percezione immediata (a proposito: anche il negoziante cinese sotto casa non ha potuto fare a meno di tirare giù un sipario trasparente tra sé e la clientela, lo stesso è avvenuto al Mercatino dell’Usato, e ancora, tra un tavolo e l’altro, a “La Beveria”, dove solitamente un tempo andavo a godermi un hamburger, nel quartiere romano di Monteverde Vecchio). Se non ci fossero giunte le parole allarmate di un amico artista, Marco Lodola, le cui opere luminose concretamente si sostanziano in quel materiale. Senza chi proprio ieri confessava d’essere in difficoltà con i fornitori abituali: la maggior parte delle scorte finiscono infatti altrove, cioè nell’uso di protezione finora descritto, e per il diletto artistico occorre aspettare. Senza questo racconto di Marco Lodola non avrei mai sentito la necessità di fare ritorno alla risorgente centralità della Plastica, imponendole addirittura la maiuscola del primato.

Per chi ne fosse all’oscuro, Lodola crea scatole luminose di perspex che assumono di volta in volta le forme dei soggetti rappresentati, un catasto magico di personaggi della storia del mondo, dal più iconico Jim Morrison alle pin-up, alle stagioni dei nostri amori pop. In attesa che Lodola ritrovi la possibilità di attingere alle nuove scorte dei fornitori, noi, anche a costo di precipitare nella pedanteria, accennando al calendario cinese, dove l’attuale 2021 corrisponde alla sagoma del bufalo, accostandolo all’agenda commerciale della materia prima più richiesta al momento, corre l’obbligo di immaginare che perfino quel bufalo sia fatto di plastica. L’augurio è Giulio Natta, dall’alto dei cieli vegli su di noi. E sulle opere di Marco Lodola, di più, sulla plastica necessaria che per lui, si spera presto, verrà.

Fulvio Abbate

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