Se dovessi indicare la prima cosa positiva pensando a Marco Lodola, direi che non si tratta di un artista “nuovo”, o almeno totalmente nuovo. Non ritengo affatto che il nuovo sia un valore positivo in arte. Lo è sicuramente per il merca- to, il vero, grande dominatore dell’arte contemporanea, secondo una legge del marketing moderno che è valida per i dipinti come per le automobili: bisogna offrire prodotti sempre rinnovati per stimolare le vendite, promuoverli come tali, creare bisogni indotti negli acquirenti. Quando i mercati e i loro fedeli alleati (i critici, i collezionisti) hanno scoperto, intorno alla metà del secolo scorso, che l’Avanguardia si accorda perfettamente al principio della merce nuova, l’arte è diventata moda.
Con Lodola, certi pericoli dovrebbero essere scongiurati, proprio per il suo es- sere “non nuovo”. Dietro le sue sagome di plexiglass, dietro le sue luci al neon, dietro le sue campiture cromatiche, c’è una precisa storia dell’arte che è stata conosciuta, meditata criticamente, rielaborata: il Futurismo, il colorismo ritmi- co di Delaunay, la Pop Art, per dire solo di ciò che sembrerebbe più evidente. Un certo modo di ridurre la figura a sagoma, contorno, minimo denominatore grafico, era stato tipico del modo con cui la Pop Art ha sviluppato gli spunti provenienti dalla figurazione pubblicitaria (si pensi, più ancora che a Warhol e a Lichtenstein, ad Allen Jones, Tom Wesselmann, James Rosenquist).
Lodola “non nuovo”, quindi, perché saggio rispetto al passato, sul solco di esperienze storiche che, seppure ancora attuali, sono già patrimonio artistico, tradizione.
Ma va anche ammesso che il suo modo di essere “non nuovo” possiede un’o- riginalità indubbia, al punto da non poterlo definire né un neo-futurista, come avrebbe voluto da giovane, né un “post-pop”, né con qualunque altra definizio- ne che lo identifichi come un continuatore di qualcosa che era stata inventata prima di lui. Lodola è soprattutto Lodola, prima di ogni altra considerazione. Galleggiare, stare in superficie senza essere superficiali, ecco il grande azzar- do dell’arte di Lodola. È questa anche la “popolarità” di Lodola, vocazione an- ti-intellettualistica a rivolgersi allo stesso pubblico a cui si rivolge il cinema, la televisione, la pubblicità, la musica delle rockstar, ad adeguare i tempi e i modi dell’arte a quelli della vita contemporanea. Le opere di Lodola si potrebbero vedere muovendosi in un’automobile lungo un tratto urbano, fuori dai finestrini, oppure lungo il percorso di una metropolitana: c’è da stare certi che qualcosa di loro rimarrebbe certamente nei nostri occhi e nella nostra mente. Di quanti altri artisti si potrebbe dire altrettanto?

Vittorio Sgarbi

 

Leave a Reply