Marco Lodola ha fallito la sua missione nella vita. Prima di nascere si era prefisso di diventare un grande musicista, con tanti ragazzi che avrebbero vibrato sulle onde della sua musica. Invece si deve accontentare di essere un artista che ha creato solo un suo stile unico. Oh, ci ha provato a salire su palcoscenici per esibirsi. Mi è toccato di ospitarlo anche a Help, come “gruppo emergente”?!? Me lo aveva raccomandato Omar Pedrini dei Timoria: “È straordinario!” – Chi, Lodola come musicista? “No, il fatto che un grande artista si metta in gioco!” Per fortuna, Lodola a Help ci è venuto poi come artista. E anche al Roxy Bar. Nella scenografia ci sono tre sue opere, bellissime in tutti i loro colori luminosi. Ho sempre amato mescolare la musica ad altre forme artistiche.

Tutto iniziò con Jovanotti, che dipinse una tromba da vendere per raccogliere un po’ di soldini da mandare a bambini africani in un collegio di Galeata. Realizzammo quasi sei milioni. Da allora ho chiesto a tanti cantanti e musicisti di dipingere: Marina Rei, Max Gazzè, Edoardo Bennato, Ivan Cattaneo, Paola Turci, Andy, Elisa, Skunk Anansie, Reggae National Tickets, Alisha’s Attic e Omar Pedrini. Quest’ultimo, però, non sa dipingere e allora mi ha portato Marco Lodola, la sua estensione nel mondo dell’arte. Senza rendersi conto di essere diventato lui la proiezione di Marco nel mondo del rock. Lodola realizza le copertine dei dischi dei Timoria o le scenografie per gli 883 perchè crede veramente di lavorare per il proprio disco o per il tour che sta per iniziare. Qualcuno dovrebbe fargli capire che deve continuare in quello che è diventato il suo cammino e lasciar perdere sogni di gloria rock. Ma forse è meglio lasciarlo dentro questa grande illusione che lo spinge a fare opere che hanno le luci e i colori del rock.

Lodola ha anche allargato il suo raggio di penetrazione nel mondo musicale. All’inizio c’è stata la naturale simbiosi con i Timoria, grazie soprattutto ad un artista sensibile come Omar, responsabile anche della rassegna artistica e musicale di Brescia, Brescia Music Art. Poi è arrivato Andy dei Bluvertigo, una grande persona. Dietro le sue parvenze e i tratti dei suoi dipinti, altamente tecnologici, si nasconde un cuore i cui battiti hanno ben poco a che fare con il pulsare metallico dei Kraftwerk. Anche se la sua persona e le sue opere sono focalizzate sugli occhi, incorniciati dal trucco o colpiti dalla fluorescenza di colori puliti dentro disegni armonici.

C’è solo una cosa che non mi piace in tutte queste operazioni: l’uso della parola “contaminazione”. Come se la fusione di varie forme d’arte fosse una “cosa” maledetta, quasi un virus. Ma forse lo è. È un virus molto potente. Abbatte paraocchi che delimitano la visione dei mondi e che non permettono la comunicazione. Impediscono, così, l’unione di forme di espressione che sfuggono la falsa sicurezza di un sistema basato su: “Vale ciò che fa realizzare denaro e porta potere”. Però al termine “contaminazione” preferisco “fusione”. Ho visto Jovanotti dipingere il pavimento di un suo tour. Era meraviglioso come si fondeva con i colori, diventava lui stesso un’opera d’arte. Raccontava che si ritorna bambini. Senti la libertà anche di imbrattarti con la luce dei colori. Ah, dimenticavo: non ho capito cosa significa “Sinestesie” e mi guardo bene dal chiederlo a Lodola. Tanto so che anche il titolo è un’elucubrazione mentale che mimetizza il vero suo obiettivo: continuare a sporcarsi le dita con la luce del rock!

Red Ronnie

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